Backup Day

Vi ho già parlato della mia sindrome del backup compulsivo, nata all’epoca del mio primo palmare. E avrete sicuramente sentito di quel che è accaduto di recente al povero Francis Ford Coppola, che ha perso 15 anni di documenti immagazzinati sul suo portatile, involato da mani ignote; salvo poi dichiarare:

«Ho perso anche il backup», «non trovo la chiavetta», «avevo tutto nella stessa valigia». Inutile infierire. Coppola è triste.

Non infierirò, infatti.

Ebbene: per chi non lo sapesse, dopodomani 18 ottobre ricorre il Backup Day: la giornata in cui tutti voi PAZZI furiosi, che non prendete mai misure precauzionali per la salvaguardia dei vostri preziosi documenti, dovreste munirvi di dispositivi di data storage e farne buon uso. E non parlo di chiavette USB, che a smagnetizzarle ci vuol niente.

Quanto a me, da quando mi è capitato di perdere un po’ di roba (tra cui parecchie foto di Remuz) in seguito all’harakiri commesso dal vecchio pc, sono corsa ai ripari. La mia routine di backup è:

  • per i siti e il blog: backup dei db via mySql almeno due volte a settimana. Ora che ci ripenso dovrei fare un bel backup dei file via ftp, tanto per star tranquilli. Il mio hosting giura che fa backup giornalieri, e quasi quasi gli credo.
  • per i documenti di lavoro (nel mio caso è quasi tutto in formato Word, quindi il peso è poco):
    • Ogni volta che finisco un capitolo, lo trasferisco via ftp su uno spazio web collegato a uno dei tanti domini in mio possesso. Fattore di rischio: be’, devono crollare in contemporanea il server remoto e il mio computer. Per scaramanzia non dirò nulla, ma insomma, ecco.
    • Ogni sera, che il capitolo sia completo o no, me lo spedisco dall’uno all’altro dei miei innumerevoli indirizzi mail. Il ragionamento è che, perché il file vada perduto, devono defungere contemporaneamente il server di Gmail, quello di Yahoo e il mio Mac.
    • Per cose più grosse, tipo foto e musica, zippo e trasferisco via Skype (che va velocissimo) dal Mac al Pc e viceversa, in modo da avere più o meno duplice copia di tutto. Ora sto meditando di comprare un bel disco esterno da 1 Terabyte, che fa sempre comodo, sai com’è.
    • Dei film me ne frego: mal che vada, ehm, me li procuro di nuovo.

Esiste anche un certo numero di servizi online che permettono di programmare backup periodici: i vostri documenti vengono conservati su un server remoto (criptati, ovviamente), da cui sono riscaricabili con una certa semplicità in caso di cataclismi naturali, eventi bellici, o qualsiasi altra circostanza che possa aver decretato la morte del vostro computer. Segnalo per esempio Mozy, che quando l’ho provato io era gratuito, ma mi par di capire che nel frattempo sia diventato a pagamento.

Per la vostra pace mentale, perché possiate dormire sonni tranquilli, perché io non possa venirvi a dire “ve l’avevo detto”: togliete la mano dai vostri testicoli (dove immagino attualmente riposi, dopo tutto il mio apocalittico discorso) e fate un backup oggi stesso. E domani. E la settimana prossima.

Backup-Day

Del perché i quindicenni non dovrebbero stare in casa tutto il pomeriggio

Almeno i quindicenni di oggi hanno internet. Io, invece, alla loro età - un paio d’anni prima della nascita del www - mi baloccavo con ben altre meraviglie elettroniche: usavo il Canta Tu di Fiorello come mixer per registrare demo.

Allora. Vi ho già spiegato che in quinta ginnasio suonavo (male) la chitarra in un gruppo death metal di nome Trauma? Forse no; be’, ora lo sapete. Ma a parte quella breve parentesi, le mie sperimentazioni sonore adolescenziali si svolgevano in totale solitudine.

Nei primi anni Novanta, come alcuni ricorderanno, impazzava la trasmissione Karaoke, fulgido esempio di car-crash entertainment il cui scopo precipuo era ridere dell’altrui incapacità canora. Io non la vedevo mai, figuriamoci; però quando uscì l’impianto per karaoke domestico, ne intravidi subito un possibile utilizzo alternativo (in tutti i sensi del termine). Così me ne procurai uno, nonostante le ripugnanti sembianze di Fiorello con coda di cavallo che facevano bella mostra di sé sulla confezione. Diffidate delle recenti versioni in dvd: l’originale era con due musicassette.

Insomma, l’attrezzo permetteva di registrare su due tracce: da un lato ci mettevi la cassetta con la base, dall’altra parte infilavi la cassetta vergine. Nelle intenzioni, serviva a registrare, a imperitura memoria dei popoli, le proprie performance canore. Nel mio caso serviva invece a:

  • incidere base ritmica eseguita con percussioni di fortuna (tipo bonghi africani e nacchere) e linea di basso fatta con una chitarra accordata due o tre toni sotto (perché non avevo il basso, e lo so bene che sarebbe un’OTTAVA sotto, thank you, ma mi arrangiavo);
  • incidervi sopra la chitarra ritmica;
  • scambiare di posto le cassette e incidere una terza traccia consistente in assolo di chitarra elettrica.

La qualità audio ovviamente era penosa, e non sto a parlarvi della qualità artistica. Abbiate pietà di me, le lezioni di solfeggio le ho interrotte dopo la quarta ginnasio perché non riuscivo più a star dietro ai compiti di greco. Non che non mi impegnassi anche da autodidatta: l’altro giorno ho ritrovato in una vecchia copia dell’Orlando di Virginia Woolf un foglietto tutto ingiallito scritto inequivocabilmente nella mia grafia di liceale, e contenente appunti di questo tenore: “La tonica di una scala minore corrisponde al VI grado della relativa maggiore. La dominante e la sensibile tendono a proseguire sulla tonica, mentre la settima è attivata dal terzo grado della scala.” La cosa più atroce è che non ho idea di cosa significhi tutto ciò, perché ovviamente nel frattempo ho dimenticato anche quel poco che sapevo.

D’altronde Paul McCartney non ha mai imparato a leggere la musica… Il risultato che cercavo di ottenere, comunque, era più o meno questo (sì, compreso l’assolo al minuto 3:50, avevo un simpatico pedale distorsore per la chitarra).

Adesso qualcuno mi deve scrivere nei commenti che anche lui faceva la stessa cosa intorno al 1994, perché altrimenti mi deprimo e non bloggo più.

musica canta-tu karaoke fiorello heavy-metal

Essere vecchi e non saperlo

E dirò di più: essere nerd e non saperlo.

Oggi sono una donna adulta. Si stenta a crederlo; eppure parrebbe di sì. Documenti ufficiali attestano la mia maggiore età. Sulla mia patente c’è scritto che sono maggiorenne dal 1997. Ma d’altronde la mia patente dice un sacco di stronzate, tipo che so guidare.

Però non sono sempre stata così; non sono nata adulta e armata dalla testa di Zeus, no no. Vent’anni fa, mentre gli altri bambini giocavano con le Barbie e l’Allegro chirurgo, io mi dilettavo con i pezzi di hardware che sto per mostrarvi. Traetene le conclusioni che vi paiono opportune circa la mia personalità.

L’altro giorno ho avuto la fortuna di imbattermi in questo sito, che raccoglie vetusti e storici modelli di computer anni Settanta e Ottanta. Non sto a spiegarvi il mio stupore quando ho visto che almeno quattro di quei modelli avevano intrattenuto rapporti più o meno intimi con la sottoscritta nel corso del decennio maledetto. Il decennio dei Paninari, degli scaldamuscoli color giallo limone, della Thatcher.

Ma stiamo divagando. Anche perché la storia che vi racconto ci condurrà anche nel decennio successivo: gli anni Novanta, il decennio di Berl… D’accordo, basta.

Il mio primo computer fu l’immortale Commodore 64, che vedete qui alla vostra destra (tutte le foto sono cliccabili): con le sue cassette e i suoi stupendi floppy da 5.25 pollici. Ricordo che c’era un videogame con Paperino. Non ricordo molto altro. Il tutto a 16 colori, ça va sans dire.

Più avanti - metà anni Ottanta, in tempi non sospetti - ebbi il mio primo Mac, che allora si chiamava Apple Macintosh e vantava ben 512 kb di Ram; per la prima volta entrai in contatto con il magico mondo dell’interfaccia grafica (le vedete? sono finestre, quelle: finestre, windows! eh?), ma il tutto in un triste bianco e nero. Ricordo che ci giocavo a scacchi. Vinceva sempre lui. E ricordo anche un’enorme collezione di file audio Midi con inquietanti versioni di Bach.

Questo gioiellino, che tuttora vegeta protetto da un copioso rivestimento di polvere in uno scantinato mittelappenninico, era già vecchio quando lo comprammo: trattasi di modello HP-85, mio fedele compagno nei pomeriggi d’inverno ai tempi delle scuole elementari. La cosa meravigliosa è che aveva una mini-stampante integrata, per cui schiacciando un tasto saltava fuori una specie di grosso scontrino fiscale con i cavoli miei stampati sopra. Ci scrivevo poesie. Poi finì la scorta di rulli di carta termica, e tutta la baracca uscì di produzione, e io soffrii.

Ma i tempi erano ormai maturi per una nuova generazione di PC: il 386 e il 486. Il resto è storia: intorno al 1995 si spalancarono a tutti noi le porte dell’universo mondo: quanto a me, mi dotai del primo modem a 14.4 kb/s, poi 28.8, poi 56 e poi Isdn e poi Dsl. Rimando a un altro post la storia del mio primo impatto con internet. Vi anticipo solo che c’entra la NASA.

Menzione speciale, in chiusura, per il mio primo palmare, antenato del Blackberry (che possiedo da due settimane e ne sono già dipendente): quella meraviglia del Psion3. Che a me - essendo io tipo in prima liceo - non serviva a un’emerita cippa; ma volete mettere com’era chic portarselo in giro e usarlo al posto del diario scolastico? Ora capirete perché i miei compagni avevano paura di me.

Era in bianco e nero, andava a pile stilo, e io lo adoravo. Poteva comunicare via infrarossi con altri amichetti Psion3, ma nessuno di mia conoscenza ne aveva uno uguale al mio. Strano, eh. E fu lì che sorsero le prime avvisaglie della sindrome del backup compulsivo che tuttora mi porto dietro: avevo riempito quel palmare con tutto ciò che contasse nella mia miseranda vita, e avevo il terrore di perderlo. Per cui eseguivo backup giornalieri su una SSD esterna.

E nonostante tutto ciò, ancora oggi non capisco un tubo di hardware, non ho mai imparato a programmare in Basic, e avrò infarcito questo post di gravi errori concettuali e di cronologia, che prego i miei più scafati lettori di correggere. Dènghiu.

computer anni-ottanta commodore apple palmare psion ibm 386 hp85 hardware

La nerditudine avanza

Eh sì, dovete aver pazienza. Prima sparisco per dieci giorni, fagocitata dalle risme di carta che affollano la mia scrivania; poi mi rifaccio viva senza assolutamente nulla da dire [cioè, sì che ne ho, di roba da dire, ma la dirò poi], solo per il gusto di postare dal BlackBerry nuovo fiammante. Mi faccio pena da sola, quindi non scomodatevi voi.

Elogio del pallore nipponico

Esprimo piena solidarietà alle turiste giapponesi che affollano Milano proteggendosi con i loro ombrellini parasole. Vorrei trovare il coraggio di farlo anch’io.

Oggi, 6 agosto, la sottoscritta è ancora color mozzarella e intende restare così. Ho modi migliori di passare il tempo che arrostirmi a fuoco lento.

L’abbronzatura è volgare, e fa male alla pelle. Discuss.

(P.S. Sì, credo anch’io che quelle nella foto siano cinesi. Ma il principio resta. Google immagini non mi aiuta più di così.)

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