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Di passione e bollette

Un commento di enneemme al mio post precedente, sempre a proposito del mestiere del traduttore: rispondo in forma di post perché come commento era lunghetto. E poi forse può stimolare altre conversazioni.

Ma più che sul “come si diventa traduttore editoriale” – in mille e più modi, secondo me, ognuno secondo un suo tragitto personalissimo e pressoché irripetibile – io credo che abbia molto più senso interrogarsi sul “come si resta traduttore editoriale”, ovvero sul “come vivere o almeno sopravvivere di questo mestiere”. Perché iniziare a tradurre e anche portare a casa più libri tradotti, se è questo che si vuol fare, bene o male, chi prima e chi poi, si fa. È il dopo a essere più difficile. È quando cominciano a venire meno le forze, l’entusiasmo e forse pure la passione; è quando la gratificazione per aver tradotto questo o quel libro, questo o quell’autore, comincia a non bastare più; è quando ti viene da chiederti “Ma questa è vita? È questo che voglio fare per sempre?” che la strada si complica. Imho, of course.

Mah. Anzitutto non vorrei dare false speranze ai wannabe traduttori che approdano qui: personalmente ho qualche dubbio sull’ottimistica visione per cui “prima o poi ce la si fa”. Nella mia breve esperienza editoriale ne ho visti fallire più d’uno. La concorrenza è spietata, e non sai mai quando e se ti arriverà il prossimo libro. In questo senso è vero che “il dopo è più difficile”; nel senso che è difficile sempre. Come ogni forma di lavoro autonomo.

Quanto alla passione, la gratificazione, bla bla bla, a mio avviso sono subordinati a una domanda molto più semplice: riesco ad arrivare alla fine del mese? Perché alla fine il succo è tutto qui.

Bisogna per forza avere entusiasmo e passione per ciò che ci permette di pagare le bollette? Sarò cinica, ma per me non c’è altro. Faccio l’unico lavoro che so fare. Faccio un lavoro che oggi, per fortuna, trovo divertente. Quando smetterò di trovarlo divertente (immagino accadrà, fra cinque o dieci anni), non per questo cambierò lavoro: magari cercherò il divertimento altrove.

(Certo, al momento mi sto divertendo così tanto che a volte mi chiedo NON se “è questo che voglio fare per sempre”, ma se gli dèi dell’Olimpo mi concederanno di farlo per sempre. Il mio terrore più grande è tornare a timbrare il cartellino ogni lunedì mattina. Mai più nella vita, spero. Ma vabbè, sono io quella strana.)

Ma al di là del mio caso personale. Spiegatemi, chi è che ha inventato questa panzana edonista secondo cui bisogna divertirsi, o avere “passione”, per fare (bene) un lavoro? Bisognerà pur sudare, dalla biblica fronte. E comunque non credo che il mestiere del traduttore o dello scrittore goda di uno statuto speciale; mi sembrerebbe una forma di snobismo. Non credo ci voglia una particolare passione per lavorare in catena di montaggio alla Fiat, eppure tanta gente lo fa per tutta la vita senza farsi troppe domande. Perché io dovrei avere la presunzione di ritenere che il mio lavoro sia diverso? La realizzazione nella vita, al limite, si può trovare nel fare bene il proprio lavoro, non nel farne uno piuttosto che un altro. I mestieri sono tutti necessari, e ce ne sono moltissimi più necessari del mio.

Forse ho gettato un sasso nello stagno, e sarò accusata di cinismo. Fate pure, ci sono abituata. La mia opinione è semplice, e spero sia chiara: il lavoro, qualunque lavoro, serve a rimpinguare il conto in banca. Le gratificazioni, francamente, le cerco in altre aree della vita.

Certo, potrei lamentarmi perché mi pagano poco, perché la posizione giuridica e retributiva del traduttore in Italia è ben lontana da ciò che avviene negli altri paesi, eccetera. Bah, ormai mi sono rassegnata al fatto che gli stipendi stanno diventando inversamente proporzionali al titolo di studio; e se proprio ci tenessi a diventar ricca, allora sì cambierei mestiere. Ciò non toglie che io mi senta privilegiata. Ho la stessa incertezza sul futuro che affligge qualsiasi co.co.pro; con la differenza che io la mattina mi alzo quando mi pare; che se non ho voglia di lavorare posso prendermi un giorno libero senza telefonare in ufficio fingendomi malata; che vado in ferie quando lo decido io, e che – vi dirò – guadagno pure di più che se fossi rimasta redattrice interna. Nessun capufficio che mi rompe le palle perché sto scrivendo questo post alle 10 del mattino invece di iniziare a lavorare. Sfido qualsiasi mio collega (di quelli che fanno SOLO i traduttori) a dire che non gli è andata di lusso. Anche solo a livello di qualità della vita.

Morale: basta lamentele esistenziali. Alzare il culo dal letto, aprire il dizionario, e via andare. (Oh, amici wannabe, se poi non vi sta bene faticare 12-14 ore al giorno in perfetta solitudine, allora non siete fatti per questo lavoro. Andate, timbrate cartellini e moltiplicatevi durante le ferie aziendali.)

(Chiedo scusa per la momentanea deriva di questo blog verso la categoria “blog personali”. Categoria che non frequento, e cui non desidero contribuire. Scrivo poco su questo blog perché sono convinta di dover scrivere solo quando posso risultare utile a qualcuno. Cioè quando sono in grado di fare osservazioni di valore più o meno generale. O come in questo caso, rilevanti per chi fa, o vorrebbe fare, il mio lavoro.)

8 Commenti a “Di passione e bollette”

  1. Michele dice:

    Senti, non so gli altri tuoi assidui lettori, ma a me piacciono tutti i tuoi post.. sono pungenti, ironici, simpatici e c’è sempre il parere di Pri che apre a ulteriori orizzonti inaspettati (che mi fanno sentire un limitato provinciale, ma pazienza, siamo qui anche per questo).


  2. paio dice:

    Anche io sono consapevolmente nella fase “si lavora per vivere, non si vive per lavorare”. Forse sono sempre stata in questa fase…
    E la qualità della vita data dall’alzarti quando vuoi e gestirti liberamente i tempi credo sia impagabile. Per tutto il resto c’è mastercard?!?


  3. Iron Mauro dice:

    Io lavoro con entusiasmo e passione, ma la bolletta mi son dimenticato di pagarla… Sono offline da giorni!

    Ci penso spesso, ma al momento non ho le palle per mettermi in proprio.


  4. ennemme dice:

    Una breve (per modo di dire!) precisazione, Ilaria: io mica volevo dire che per fare questo mestiere e viverne, la passione e l’entusiasmo e tantomeno la gratificazione siano gli elementi prioritari. Si tratta, fondamentalmente, come dici tu, di alzarsi la mattina, piazzare il sedere su una sedia e tenercelo per 12, anche 14 ore al giorno, macinando quelle 10-12 (anche 15, quando va bene) cartelle (da 2000 battute, naturalmente!) al giorno, il tutto almeno per 20-25 giorni al mese, tutti i santi mesi dell’anno, con una pausa massimo di 2-3 settimane ogni anno, se si vuole vivere dignitosamente. Faccio anche due conti, tanto che ci sono, tenendomi su valori abbastanza nella media: 10 cartelle al giorno x 20 giorni al mese x 11,5 mesi => 2300 cartelle che, sperando di prendere almeno 12 euro a cartella (e non tutti li prendono, questo è più che assodato. Io, che adesso non lavoro sotto i 13, posso da questo punto di vista dirmi abbastanza fortunato), fruttano 27.600 euro l’anno, di cui, tolto il 20% di ritenuta d’acconto sul 75% dell’imponibile, te ne entrano (aspettando 2-3 mesi dopo ogni consegna) 23.460. Cifra chiaramente non disprezzabile, tenuto pure conto che puoi organizzarti come meglio credi, non devi timbrare cartellini ecc. ecc. (anche se naturalmente non maturi il diritto a nessuna pensione, indennità di malattia, maternità e cose del genere). Su questo non ci piove. Però, ripeto, devi avere la costanza di metterti quasi tutti i santi giorni dell’anno davanti a un computer e sfornare ogni giorno almeno quelle dieci cartelle e vederle pagate almeno 12 euro l’una. Si fa, mica perché non si fa, ma a contorno ci vogliono tutte le condizioni giuste per reggere a questi ritmi – cosa che, forse concorderai con me, non sempre si può dare per scontata.


  5. Ilaria dice:

    Perché, chi lavora dentro la casa editrice, da “impiegato” redattore, non si fa le sue 10 ore al giorno davanti al computer? Nel mio caso erano 10 ore in ufficio più il lavoro da sbrigare di sera e nei weekend. TUTTI i weekend per un anno. E non mi risulta che i co.co.pro (il 95% delle persone che lavorano in casa editrice) stiano messi molto meglio di noi quanto a pensioni e indennità e maternità.

    I conti mi tornano abbastanza; diciamo che nel mio caso le cartelle al giorno sono anche 20-25 (tocco punte di 40 se il libro è semplice), ma per ogni 3 settimane di traduzione ce n’è una di rilettura, ricerca citazioni ecc ecc. Avendo meno di 35 anni godo della simpatica deduzione forfettaria IRPEF del 40% anziché il 25%, ma essendo giovane non posso ancora “pretendere” i 13 euro fissi (mi rifiuto già di andar sotto gli 11, però). Per il resto ci siamo; settimane intere di ferie non ne prendo, solo un giorno qua e là, e ovviamente lavoro anche di sabato e domenica. Qualità della vita, a mio avviso, INFINITAMENTE migliore che se stessi in un ufficio, costretta a fare quelle 9 ore al dì. A farmi venire fame, sonno e stanchezza a ore prestabilite.

    In un anno di vita d’ufficio ho avuto tutta una serie di problemi fisici (non mi dilungo, ma sono finita al pronto soccorso 4 volte) proprio perché non reggevo i ritmi. Da quando lavoro a casa, faccio lo stesso numero di ore eppure sto molto meglio sia fisicamente sia psicologicamente. Il che testimonia, credo, che la qualità della vita è un concetto molto soggettivo.

    @IronMauro: le palle non le avevo neppure io, ma l’alternativa - scaduto quel contratto che avevo - era tra stare a casa a tradurre o stare a casa a non far niente. Non è stata una decisione coraggiosa, la mia.


  6. KIKI dice:

    Sono d’accordo, ma volevo aggiungere che talvolta, la passione è proprio quello che fa andare avanti nel lavoro (ovviamente, a parte lo stipendio a fine mese).
    Lo so io che sono 5 mesi che lavoro 10 ore al giorno,e spesoo anche nei weekend, trottando su e giù per il lab (almeno risparmio sulla palestra) a cercare di far venire un esperimento che non ne vuol sapere di uscire bene da essere presentabile.
    Se non ci fosse la passione che ti fa “sopportare” di letteralmente buttare nel cestino un mese di lavoro, tre quarti e forse anche di più dei ricercatori andrebbe a fare l’operaio della FIAT.
    E’ questa stramaledettissima passione che ci va andare avanti nel lavoro… O__O, che ti fa superare la frustazione che arriva quando ti rendi conto che se nell’ultimo mese invece di spaccarti la testa in lab avessi fatto il giro del mondo in canoa sarebbe stata esattamente la stessa cosa, visto che non hai prodotto dati “utilizzabili” e “validi”

    Ops, chiedo scusa Ilaria, ho usuroato un po’ del tuo spazio web per un piccolo sofog personale.


  7. LF dice:

    Anch’io tendo ad essere abbastanza cinico nei confronti del mio mestiere (prima di tutto cerco di capire se mi darà da mangiare, poi valuto pro e contro), però senza quelle poche scorie idealiste rimaste dopo qualche anno di pratica penso che lavorerei peggio, con il pilota automatico inserito e a scapito della qualità del prodotto finale (ma questa è una faccenda strettamente personale).

    E comunque è vero, non lo baratterei mai con un impiego in ufficio, e tanto basta a cancellare un bel po’ di paturnie.


  8. La quarta bozza » Del prendersi maledettamente sul serio dice:

    [...] quando sono alla scrivania, non faccio viaggi dentro di me; cerco solo di guadagnarmi dignitosamente la pagnotta. Venti-venticinque cartelle al dì da tre anni, quattro o cinque riletture a fondo per ogni libro, [...]


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