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Del tradurre, del leggere turandosi il naso, dello sperimentalismo

Scopro con divertito stupore che i consueti sincretismi suzukimarutiani mi piazzano oggi in ottima compagnia: Alain Robbe-Grillet, Franco Lucentini, Calvino, Eco, la Rowling e il mio miserando tentativo di disboscamento dell’Amazzonia, tutto in un solo (e come al solito, lungherrimo) post.

Non potendo esprimere un giudizio su Robbe-Grillet - autore che colpevolmente ignoravo, ma che ora recupererò, anche grazie a Suzukimaruti - mi limito a qualche osservazione di ordine generale sugli altri punti del suo post. Diciamo che prendo spunto, anziché rispondergli. (Anche perché quando inizia a parlare di Lost io mi perdo, non avendolo mai seguito.)

E’ un limite un po’ mio: ho la fissa delle traduzioni. Insomma, quando prendo un libro straniero ho sempre l’ansia che la traduzione lo deturpi.
Per dire, quando leggo che i libri di Stefano Benni - con tutti i giochi di parole, le inside jokes, le citazioni, ecc. - vengono tradotti in varie lingue, mi spavento. E mi immagino quanto mi perderei leggendo l’equivalente ghanese di Benni tradotto in italiano.

Verissimo. Figurati quanto mi spavento io quando traduco libri del genere. E quanto si sono spaventate le traduttrici di Harry Potter, che nel suo piccolo è pieno di insidie.

Se io non amassi la lingua e la cultura inglese non farei la traduttrice, e quindi va da sé che anch’io preferisco leggere in lingua originale (ci provo anche con il francese e lo spagnolo, e ci proverò prima o poi col tedesco). Ma per le lingue che non parlo, preferisco sempre una cattiva traduzione piuttosto che dover rinunciare alla lettura di un libro. C’è anche da dire che mi sforzo spesso di leggere libri inglesi tradotti in italiano, perché è un ottimo esercizio per chi fa il mio mestiere. Anzi, direi che più il libro è tradotto male, più bisogna turarsi il naso per leggerlo, e più si impara.

(O forse è solo un espediente con cui giustifico il fatto di starmene a letto a leggere romanzi invece di lavorare. “Sto facendo ricerca sul lessico dei legal thriller”. Sì, come no.)

(Messaggio agli aspiranti traduttori - sì, proprio voi che ogni tanto mi scrivete email speranzose: il vostro mestiere consiste prima di tutto nel saper scrivere bene in italiano. Se non conoscete una certa parola inglese, ci sono i dizionari; ma se non sapete diventare invisibili, cioè se non riuscite a creare l’illusione che il libro sia stato scritto in italiano dall’autore, son cazzi vostri. Anzi, cazzi del povero redattore. E io ho fatto anche la redattrice, dunque lo so bene. Quindi per amor di dio leggete anche libri italiani, e libri tradotti in italiano. E prendete appunti, createvi dei glossari personali, meditate sui vostri errori, emancipatevi dagli automatismi - troppi possessivi, aggettivo prima del sostantivo… - insomma, studiate.)

Ma sto divagando.

Una caratteristica piacevole è che buona parte della letteratura contemporanea francese che conta ha ottimi traduttori, gente del calibro appunto di Lucentini, Eco, Calvino, Fortini, ecc. Ecco perché ho sopportato, per una volta, l’idea di leggere libri tradotti.

Bisogna però fare attenzione agli “scrittori tradotti da scrittori”. Anche senza arrivare al caso-limite di Eco che traduce l’intraducibile (gli Esercizi di stile, e comunque Eco è anche un teorico della traduzione, quindi doppiamente caso-limite), di solito si ottiene lo stesso risultato dei “poeti tradotti da poeti”: il traduttore ci mette troppa farina del suo sacco. Ma è un male? Ed è evitabile?

Ora, confesso senza remore la mia ignoranza sulla letteratura sperimentale francese; immagino però che essa ponga enormi difficoltà di traduzione. Immagino che al traduttore in questo caso sia richiesto di “ricreare” il testo, e che quindi possa e debba abdicare al primo comandamento di ogni traduttore: la fedeltà al testo, intesa (per restare a Eco) nel senso di lettera del testo, fatta salva la fedeltà all’intenzione del testo. Non è traduzione ma riscrittura.

Tutto ciò per dire: ci sono i traduttori normali, e ci sono Eco, Calvino e Fortini. I problemi cominciano quando il traduttore normale inizia a sentirsi Calvino. Il punto è che quando si legge uno scrittore tradotto da un altro scrittore, bisogna essere coscienti della differenza. Dobbiamo essere coscienti del fatto che stiamo leggendo anche Calvino. Un po’. In questo senso, come scrive Suzukimaruti, la traduzione in un certo senso “deturpa” il libro; proprio perché non traduce affatto, ma ricrea.

Dal momento che la sottoscritta non è Calvino, quando leggete un libro tradotto da me non dovreste percepire la mia presenza. L’autore dovrebbe parlare direttamente a voi, lettori. Ecco perché non mi convince fino in fondo l’etichetta di “ottimi traduttori” affibbiata ai grandi nomi qui sopra. Perché in realtà costoro facevano un altro mestiere, diverso dal mio e che io non sarei mai in grado di fare. Io “deturpo” il libro con altre modalità, per esempio rassegnandomi al fatto che quell’assoluta invisibilità non la raggiungerò mai. Perché è l’ideale verso cui tendere, ma non è attingibile, men che mai nel caso di una lingua come l’inglese, diversissima dalla nostra per strutture, sintassi, cultura eccetera.

Il mio punto di vista - qualcuno di voi lo conosce già - è un po’ estremo: i poeti andrebbero tradotti (riscritti?) da poeti, la letteratura sperimentale da scrittori sperimentali italiani, e Queneau da Eco e Calvino. Non da un traduttore. Non da me. Banalmente, non è questo il mio mestiere. Se lo fosse, scriverei anche romanzi. Magari potessi. Queneau andava riscritto, e io, che mi guadagno il pane traducendo, non so riscrivere. Alto e nobilissimo il mio mestiere (che è il secondo più antico del mondo, diceva qualcuno), ma diverso dal mestiere dello scrittore.

E siccome ci sono anche i cattivi scrittori, giova ricordare che il traduttore dovrebbe evitare di migliorare il testo. Tradurre un brutto libro è un’esperienza che non auguro a nessuno, ma sono proprio questi i casi in cui il traduttore deve mordersi la lingua e resistere alla tentazione di diventare scrittore. Per quanto possa rodergli il pensiero che quel buono a nulla è stato pubblicato da un grande editore mentre lui, traduttore, da vent’anni ha un romanzo nel cassetto che sa essere molto più bello di ciò che sta traducendo. (Ci tengo a sottolineare che quest’ultimo aneddoto non è autobiografico. Non temete.)

(Questo post era nato come commento al post di Suzukimaruti, solo che poi - come vedete - sono partita un po’ per la tangente e il discorso si è ampliato. Senza guadagnare in coerenza espositiva, ahimè.)

17 Commenti a “Del tradurre, del leggere turandosi il naso, dello sperimentalismo”

  1. Roldano De Persio dice:

    Il tuo post è così sottile che mi sono tagliato, anzi me so tajato…a buon intenditor poche parole


  2. Ilaria dice:

    Per deformazione professionale, ho subito pensato a quanto sarebbe difficile tradurre in inglese il tuo commento


  3. .mau. dice:

    a parte la meritata standing ovation, un paio di cosette:
    - il traduttore deve anche stare attento ai “che” e ai “-mente”
    - su Eco e gli Esercizi di Stile, ce ne sono molti che a mio parere sono persino migliori dell’originale (quello del “cioè compagni, cazzo compagni”, ma anche l’ode al posto degli alessandrini), ma gli esercizi matematici sono tradotti (sicuramente non “resi”, ma mi verrebbe quasi da scrivere “trasdotti”, “traslitterati”, “straziati”) da cane. Anche il buon Eco ogni tanto si appisolava.


  4. Ilaria dice:

    Oh, non vorrai che io ricominci a far la solfa a tutti i miei lettori col “che” e col “-mente” Ma è senz’altro vero, e senz’altro vale non solo per i traduttori ma per chiunque scriva in italiano. A me scappano sempre degli orribili avverbi in “-mente”, soprattutto qui sul blog, dove scrivo di getto. (Non giudicate la qualità del mio italiano da questo blog, ve ne prego.) Rileggendo, di solito li tolgo, in primis perché sono un’acerrima nemica degli avverbi. Meno se ne usano e meglio è.

    Concordo su tutta la linea con le tue osservazioni su Eco. Non si può essere onniscienti; ma magari era il caso di consultare un matematico in fase di traduzione/riscrittura. Purtroppo temo che a quell’epoca lo iato fra le “due culture” e lo sprezzo gentiliano verso la cultura scientifica fossero molto diffusi.


  5. odiamore dice:

    Non ho mai tradotto narrativa, soltanto saggistica; mi interrogavo dunque sul problema della “tentazione di migliorare il testo”. Mi è capitato infatti, anche se non spesso, di trovare frasi piuttosto involute e oscure in lingua originale e lì scatta il dilemma: trattandosi di un saggio (argomenti complessi, ma destinato a un pubblico di non specialisti) privilegiare lo stile dell’autore o la comprensione del lettore? Nessuna risposta definitiva, probabilmente; per ora mi sono limitata a valutare caso per caso. Tu cosa ne pensi?


  6. Ilaria dice:

    Per i saggi (purtroppo anche per qualche romanzo, magari di genere) è lo stesso editore a chiederti di migliorare la prosa, o di adattare lo stile a un certo pubblico. Per i saggi, a meno che l’autore abbia uno stile personalissimo e riconoscibile, secondo me vale il principio della traduzione target-oriented: l’importante è che il lettore italiano riesca a seguire bene le argomentazioni; lo stile è una questione secondaria. D’altronde, certa saggistica americana ha uno stile molto colloquiale che a noi suona strano, per cui capita anche che al traduttore chiedano di arricchire il vocabolario e trasformare un testo banalmente paratattico - di una semplicità che al lettore italiano può suonare addirittura offensiva - arricchendolo anche dal punto di vista sintattico.


  7. .mau. dice:

    ma cosa c’è di male nel testo (saggistico) paratattico?
    Quando leggo divulgatori di matematica in lingua inglese come Conway, li invidio tantissimo, perché scrivono in modo chiaro e divino.


  8. Ilaria dice:

    Lo so bene, ma agli editori italiani questo non piace. Molti editori sono convinti che la grande tradizione divulgativa anglosassone non abbia un grande pubblico potenziale in Italia, perché secondo loro il lettore italiano vuole che l’esperto “parli da esperto”. Personalmente non credo che le cose stiano così - e sono una lettrice vorace di divulgatori inglesi e americani -, ma tant’è. E’ anche vero che la paratassi tradotta letteralmente, non essendo tipica dello stile saggistico italiano, “suona” come una traduzione. Forse è questo a spaventare gli editori?


  9. Daniele dice:

    Ilaria, questo tuo ultimo commento mi fa riflettere. Mi sono sempre chiesto come facciano gli autori italiani di testi statistico-matematici a complicare oltre misura anche i concetti più semplici. Non a caso ho sempre preferito testi in lingua inglese e autori anglosassoni. Attribuivo questa capacità ai soli autori, ma la riflessione sulla lingua apre nuovi fronti. 2 cents


  10. Amaidi dice:

    Nel mio piccolo mi diverto molto con le traduzioni dall’inglese all’italiano nel doppiaggio, che è una forma di traduzione che mi causa una sofferenza quasi fisica (indipendemente dalla qualità dell’adattamento): ricordo un film americano (credo fosse “the survivors”, in italiano “come ti ammazzo un killer”) in cui un afroamericano insultava qualcuno dandogli del “bianco fottimadre”


  11. Ilaria dice:

    Be’ non mi pare gravissimo; il doppiaggio dei film americani in italiano ha dato luogo a molti neologismi, per insopprimibili esigenze legate al labiale. La traduzione di “fucking” con “fottuto” non stupisce più nessuno, eppure nessuno di noi nella vita quotidiana usa l’aggettivo “fottuto” davanti a un sostantivo. Il doppiaggese è una lingua a parte, c’è poco da fare. L’italiano dei romanzi, invece, dovrebbe auspicabilmente restare italiano.


  12. Amaidi dice:

    Premettendo che sono semiOT, non dico che sarebbe possibile doppiare e dare una buona traduzione al tempo stesso e naturalmente anche la sottotitolazione ha forti vincoli temporali e metrici. Però dire “fottimadre” da un tocco di orginalità all’insulto che manca al “white motherfucker” dell’inglese, cambiando radicalmente lo stile linguistico.
    Per il resto anche leggere in lingua originale comporta una percezione filtrata dalla barriera linguistica che esiste a qualunque livello si conosca una lingua straniera imparata da adulti (questo lo dico in base alla mia limitatissima esperienza con le lingue straniere, e non so cosa dicano le teorie linguistiche in voga al momento).
    Per un profano come me la traduzione sembra essere una questione di equilibrio tra aderenza al testo e stile, e che non possa esistere una traduzione “buona” in assoluto, ma che la qualità di una traduzione possa essere valutata solo in base agli obiettivi dell’adattamento (per cui per assurdo anche “fucking/fottuto” e “pal/amico” può essere considerata una buona traduzione, se l’obiettivo principale è sincronizzare il labiale, o usare un’espressione dialettale napoletana per renderne una texana, etc).
    Per me “fottimadre” rimane comunque gravissimo, e ringrazio Iddio che da queste parti non ci sia il doppiaggio


  13. Fassbinder dice:

    E’ un problema che non mi sono mai posto. Io di solito, leggo solo le figure :p


  14. Adriano dice:

    Ciao Ilaria, lurko da un pò.
    Io sono uno studente di Traduzione ed Interpretariato.
    Oggi ho avuto un esame di Teoria e Storia della Traduzione e traendo spunto un pò da questo post e dai vari commenti mi sono guadagnato un 28 anche non avendo sgobbato sul libro


  15. Ilaria dice:

    Ecco, queste sono le cose che mi fanno venire voglia di bloggare più di una volta al mese. Ogni tanto servo a qualcosa. Bene bene. Congratulazioni e grazie


  16. Adriano dice:

    In effetti questo post, era tutto un involontario sunto del libro: che cominciava a parlare dei traduttori della Bibbia per finire ai traduttori del cinema.
    Le domande erano le solite: il traduttore deve sparire dietro l’autore principale? le traduzioni migliori sono le più infedeli? I computer sostituiranno mai i traduttori? è nato prima l’uovo o la gallina?


  17. Ilaria Katerinov » Rassegna stampa » Si parla dei Lucchetti… sul blog di Suzukimaruti dice:

    [...] perché Suzukimaruti oggi parla di traduzione. Gli ho risposto in maniera approfondita sul mio blog. A parte il Signore degli Anelli, che ho letto più volte in italiano e in inglese in età diverse, [...]


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